4.7 Individualizzazione, specificità e variabilità

Quando alleniamo un atleta dobbiamo chiederci sempre una domanda: “perché?”; tante sono le variabili da tenere in considerazione ed una di queste è sicuramente l’individualizzazione.
Se ci pensi in natura ci sono poche cose molto simili: esistono piante come il mirto crespo che si coltiva senza irrigazioni, l’alloro che non ha bisogno di acqua e il glicine che addirittura si nutre dalle sue stesse radici e ci sono piante invece, come il basilico, che necessitano assolutamente di acqua, cure e accorgimenti.
La risposta proveniente da un tipo di allenamento varia in base al soggetto, i fattori possono essere tanti come:

  • età: un giovane atleta è diverso da uno che si allena da diversi anni. I primi, molto probabilmente, necessitano di un lavoro principalmente focalizzato sul recupero dei pattern. È altrettanto vero che ci saranno ragazzi che, mantenendo un buon ricordo neuromotorio, potranno chiedersi di più e che l’età è un punto da non sottovalutare in vista dell’individualizzazione;
  • esperienza di allenamento: in questo caso si tratta di un tipo di età non anagrafica; se parliamo di atleti molto probabilmente puoi tenere in considerazione il fattore età di cui parlavamo prima, ma non è detto che tu non possa allenare anche allievi che hanno obiettivi non competitivi, in questo caso l’adattamento neuromuscolare è un punto di inizio fondamentale affinché ci sia una progressione graduale che non porti ad adattamenti troppo veloci.
  • stile di vita: cosa fa il soggetto? Il tuo atleta è anche un lavoratore? Se si fa un lavoro di ufficio o è sempre in giro per commissioni? E se si tratta di uno studente, quante ore è seduto tra i banchi di scuola? Quante ore studia al giorno? Sono tutte domande che devi assolutamente porti e porre, se vuoi allenare il tuo atleta al meglio delle sue condizioni; capire come migliorare lo stile di vita di una persona non è un lavoro semplice, ma sicuramente una sfida motivante.

Esistono 2 modi per programmare un allenamento nel breve, medio e lungo termine, entrambi sono buoni metodi con i diversi benefici e sfide
METODO 1:
Questo metodo si basa su una calendarizzazione ben precisa con possibilità di variare la programmazione in base alla risposta del soggetto.
Quali sono i vantaggi?
Maggiore organizzazione: avere un’agenda precisa è una delle chiavi che le persone di successo hanno usato nella propria vita. L’organizzazione è una soft skills che diverse multinazionali analizzano nei propri dipendenti; una persona non organizzata utilizza una frase che avrai sentito tantissime volte: “non ho tempo”. È chiaro, quindi, che questo metodo, per il vantaggio organizzativo che ha, è ottimo per aiutare il tuo atleta a migliorare il suo stile di vita.
Quali sono le sfide?
Controllo maniacale delle variabili: considerando che la risposta allo stimolo è messa in secondo piano data la concentrazione sul calendario, è richiesta una continua osservazione e conversazione con l’atleta per capire attraverso i movimenti del suo corpo e le sue parole come incrementare la performance.
METODO 2:
Questo metodo si basa su una programmazione su misura grazie ai preziosi feedback dell’atleta.
Quando parlo di feedback intendo sensazioni del soggetto e risposte allo stimolo allenante.
Quali sono i vantaggi?
Timing perfetto: dall’inglese “timing” significa “tempismo”, grazie alla reazione dell’atleta puoi intervenire tempestivamente sull’allenamento e apportare le giuste modifiche in itinere.
Picchi gestibili: diversamente dal primo metodo, dove la calendarizzazione può creare dei picchi prestativi difficilmente gestibili (che puoi comunque prendere come sfida), grazie a questo secondo metodo possono esserci picchi gestibili, che si propagano anche nel lungo termine.
Consapevolezza del proprio corpo: ultimo ma non per importanza è il fatto che, considerando la continua richiesta che viene fatta al soggetto di fornire un feedback, l’atleta aumenterà la consapevolezza del proprio corpo riuscendo ad essere più padrone, step by step, di se stesso.
Oltre ad essere un ottimo modo per aumentare l’autostima dell’allievo, questa è anche una sfida per te, dato il rapporto empatico da creare.
Quali sono le sfide?
Monitoraggio continuo: non puoi migliorarti se non misuri, probabilmente è strano leggere anche questo fattore nella sezione sfida, ma per molti coach è ancora un drago da affrontare.
Poco tempo a disposizione: considerando i continui cambiamenti in itinere è probabile che serva del tempo per capire come agire sull’intensità e il volume di allenamento.
Imprevisti: data la diversa calendarizzazione gli imprevisti possono calare la performance.
Mi stai dicendo che devo attuare tutti questi processi con ogni mio allievo?
Innanzitutto è bene capire che il mondo della preparazione atletica è in continua evoluzione, ogni giorno viene scoperto qualcosa di nuovo e questo è proprio quello che rende bello questo lavoro; ciò non significa che tu debba analizzare, da ogni punta di vista, i tuoi allievi; esistono diversi protocolli di allenamento che sono perfetti per l’80% dei tuoi clienti: AFI, ad esempio, utilizza diversi protocolli di allenamento standard in base all’obiettivo che il nostro allievo vuole realizzare ed ovviamente, col giusto impegno, i risultati arrivano. È vero anche che non tutti reagiscono allo stesso modo; con gli atleti di élite, ad esempio, devi assolutamente variare lo stimolo di allenamento in continuazione, anche ogni 3 settimane.
Che tu voglia essere il miglior coach della città o diventare il super eroe del tuo atleta, sono importantissimi 3 punti:
1) Sperimentazione
2) Monitoraggio
3) Esperienza  (la sviluppi praticando i primi 2 punti).
Prima che Zoltán Bay nel 1936 costruisse il primo modello funzionale di radar, diversi scienziati avevano sperimentato un modo per progettarlo. Ci sono voluti esattamente 32 anni di esperimenti prima che l’idea di Christian Hülsmeyer diventasse realtà; questo ti fa capire quanto sia importante non aver paura di sperimentare. Nel nostro lavoro ci sono importanti decisioni da affrontare e quello che fa la differenza tra un COACH e un coach è anche la capacità di gestire le situazioni più difficili sotto stress. Quando si tratta di monitorare molti coach scappano, ogni volta che non misuri il risultato dell’allenamento aggiungi un mattone al muro che separa il tuo atleta dalla vittoria. Ti renderò le idee più chiare con una domanda:
“credi che Bolt non abbia mai misurato i sui risultati?”

Glen Mills e il suo collaboratore monitorano l’allenamento di Bolt

Ricorda!
Spesso si ha paura di monitorare, perché i numeri possono dare fastidio alle aspettative precedentemente create; in questo caso è importante tenere a mente che i risultati sono solo un modo per aiutare il tuo atleta ad aumentare la performance, non avere paura di misurare o sperimentare, è parte del gioco, i tuoi risultati e quelli del tuo atleta non sono la performance, sono solo lo strumento che porterà alla performance!
Abbiamo potuto capire come la reazione all’allenamento varia da soggetto a soggetto in base alle diverse variabili. Come abbiamo detto inizialmente, c’è una domanda da porsi: “PERCHE’?” – “PERCHE’ IL MIO ATLETA è MIGLIORATO COSI TANTO QUALITATIVAMENTE (in termini di pattern motori e prestazioni fisiche/estetiche)?” – “COME POSSO INCREMENTARE ANCORA DI PIU’ QUESTI MIGLIORAMENTI” oppure “COME POSSO MIGLIORARE QUESTI RISULTATI E AFFINCHE’ IL MIO ATLETA SIA PRONTO ALLA COMPETIZIONE?” – le risposte a queste domande le troverai nella triade della programmazione:
“sperimenta +monitora + acquisisci esperienza”
 
Sebbene sia importante che un programma sia altamente specifico per avere successo, il programma di un atleta deve includere vari aspetti dell’allenamento, come ad esempio la variabilità.
In passato coach e trainer non attuavano il principio della variabilità ai programmi di allenamento per 2 motivi:
1) programmi brevi dove la tempistica era così corta da non permetterlo
2) resistenza nel mettere in discussione le proprie idee
Tralasciando la seconda motivazione, la variazione dei carichi è fondamentale per i programmi di allenamento (soprattutto per quelli di alto livello), poiché,  senza questa, si verifica un accomodamento, che pone ostacoli al miglioramento. Fortunatamente con l’evolversi dei sistemi moderni e la richiesta di iniziare preparazioni in anticipo si è preso in considerazione anche quest’aspetto.
Tecnicamente la variabilità avviene in due modi:

  • Qualitativa: per variare qualitativamente l’allenamento è necessario che i cambiamenti arrivino in base alla richiesta specifica dello sport (è evidente che tra un calciatore e un hockeista su ghiaccio vi siano aspetti comuni da allenare ma soprattutto diversificazioni competitive); per fare questo si devono rispettare due criteri:
  • La variazione di un esercizio deve essere qualitativamente alta, affinché venga dato un importante stimolo mantenendo l’obiettivo (esempio: posso usare diversi modi per permettere al mio atleta di atterrare bene, ma la cosa che cerco è sempre la consapevolezza del suo piede a contatto col suolo);
  • Il timing è essenziale, l’atleta deve esser in grado di acquisire a pieno il movimento e poterlo replicare anche in altre sedi in assenza del suo coach (proprio come, molto probabilmente, avverrà durante la competizione)

 

  • Quantitativa: per variare quantitativamente l’allenamento è necessario che si agisca su intensità, volume e densità; in questo caso è richiesta una conoscenza precisa del soggetto, affinché non si sviluppino situazioni degenerative, che porteranno ad un peggioramento della condizione.

 
E per quanto riguarda la specificità?
“specificità = allenamento preciso e mirato all’obiettivo”  – si tratta di uno dei fondamentali della programmazione di atleti d’élite e semplici clienti di Fitness. Quando si arriva in questa fase, diversi allenatori, nel tentativo di creare nuovi stimoli che permettano grandi risultati, commettono errori, che possono sfociare anche in gravi infortuni per mancato equilibrio tra le variabili del carico di lavoro; un buon coach sa come gestire quest’importante momento e soprattutto sa quali scelte prendere senza esser condizionato da fattori esterni.
Secondo Verkhoshansky grazie alla specificità si migliora l’ampiezza del movimento, la produzione di forza, la dinamica dello sforzo, la velocità e, di conseguenza, il lavoro muscolare; possiamo riassumere il tutto come quella fase dell’allenamento che ci permette di avvicinarci quanto più possibile alla richiesta sport-specifica.
Nel 90% dei casi, quando si alza la specificità, aumenta anche l’intensità (a meno che il tuo atleta non abbia come obiettivo quello di battere mia zia ultra settantenne al mini-golf domenicale e, anche in quel caso, la componente neurologica fa la sua parte!), ciò significa che anche il recupero deve aumentare. Come dicevo prima, molti coach in questa fase allenante commettono degli errori, come quello di spingere troppo i propri atleti.
– quindi non chiedo il massimo al mio atleta? – no! Chiedi il MEGLIO, non il massimo. – come? – PROGRAMMAZIONE!
La sfida vera della programmazione è associare alla specificità la variabilità di cui abbiamo parlato prima. Per evitare l’accomodamento, questa combo può salvare la tua carriera e reputazione. La sfida diventa ancora più interessante nel momento in cui devi programmare l’allenamento per un atleta di alto livello. Come già detto, questo necessita sempre di continui e diversi stimoli, per cui è importante generare una classificazione personale degli esercizi specifici e generali tenendo presente che, quando scegliamo esercizi specifici, dobbiamo ricordare l’obiettivo tecnico specifico della sessione.
Seguono alcuni grafici che ti aiuteranno a capire e programmare allenamenti per atleti élite e in fase di sviluppo.

È evidente come un atleta avanzato necessiti di allenamenti generali molto meno frequentemente rispetto ad uno in fase di sviluppo; possiamo prendere in considerazione gli allenamenti generali per il primo gruppo di atleti come “recovery workout”, dove l’obiettivo è un lavoro sui pattern e sul recupero fisiologico; mentre, per quanto concerne la seconda categoria, soprattutto nei primi 2 anni di attività, possiamo allenare il soggetto in qualsiasi modo (ovviamente con un criterio logico) arrivando, molto difficilmente, al plateau.
“Più il livello si alza più la base della piramide cresce”
Kim Collins è un grande esempio di questo concetto. Kim ha raggiunto la semifinale di 100 metri nelle Olimpiadi di Atlanta del 1996, ha poi vinto l’oro ai Campionati Mondiali di Parigi nel 2005. Si è ritirato per alcuni anni, è tornato e ha vinto la sua sesta e settima medaglia mondiale ai Campionati mondiali del 2011 a Daegu. Poi all’età di 38 anni ha avuto un record personale di 9.96 a Londra.
“Quando ho vinto  a Parigi, mi allenavo tre giorni alla settimana, alcune persone si sono arrabbiate e hanno detto: non va bene “. Ma si tratta di capire e di non fare troppo.
“Devi dare il benvenuto al cambiamento. Anche se sono tentativi ed errori, devi capire come lavori nel tempo. Mi sono allenato molto meno negli ultimi anni”.
Collins non è l’unico, ricordiamo anche campioni nel Bodybuilding come Ronnie Coleman, Schwarzenegger o calciatori come Ibrahimovic che dopo uno stop, dovuto ad infortuni o scelte, sono tornati e, in poche settimane (molte meno rispetto alle preparazioni precedenti) sono tornati a vincere.
Viene manipolata solo la densità delle sessioni. Quando alleni un atleta di élite è vero che hai grosse responsabilità, ma è vero anche che con gli strumenti giusti e con le giuste consapevolezze, puoi divertirti tantissimo!


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