6.2 Progressioni di pattern

Quando ti parlo di pattern devi pensare non solo a quelli di natura motoria ma anche a tutti gli altri pattern che entrano nella prestazione in modo molto importante:

  • Cronologia: allenare nel rispetto delle fasi di sviluppo è un aspetto fondamentale della programmazione. Come anche il modello LTAD evidenzia, ci sono indubbiamente delle fasi già separate che possono essere annoverate ma la tua osservazione farà una grossa differenza. Non dimenticare che un “modello” è qualcosa che riprende la realtà ma non è la realtà. Non giudico negativo di per sé il modello LTAD ma, piuttosto, negativo è l’approccio al modello da parte di quei coach che ne diventano schiavi e programmano dimenticando di osservare gli atleti che hanno davanti, le loro risposte, la loro morfologia, la loro storia…
  • Fisiologia – biomeccanica – psicologia: la prestazione sportiva è la risultante di diverse componenti. Se rispondo bene allo stimolo della prestazione, se durante la prestazione mi muovo efficientemente, se affronto con la giusta mentalità la prestazione… tutto viene sapientemente miscelato dal campione per offrire una performance senza eguali.
  • Autovalutazione: la capacità di capire da solo a che punto è la tua preparazione fisico-atletica, tecnica, tattica; la capacità di capire da solo come stai gestendo l’ansia in vista di una competizione. Generare un certo grado di self-confidence nel tuo atleta migliorerà anche i suoi feedback e potrai allenare in virtù di uno scambio molto più aggettivo tra te e lui.

Sviluppo a lungo termine e sviluppo a breve termine.
A questo punto fossi in te io mi chiederei “allora le progressioni hanno senso di esistere solo su piani a lungo termine?”. E no!!! Raggiungere un picco di forma nel breve termine può portarti a programmare in progressione ugualmente. Come nei capitoli addietro ti ho già prospettato, il problema sta nella definizione di picco di forma: il fatto che un atleta migliori la sua performance non significa che abbia raggiunto il proprio apice. La programmazione effettuata con progressioni adeguate ti assicura che il tuo atleta raggiunga in suo apice quanto più tardi possibile (la pianificazione in progressione tra l’altro ti permette di alzare l’asticella anche dell’apice della performance che il tuo atleta avrebbe raggiunto se non allenato in modo adeguato).
Esiste dunque una differenza tra la progressione nel breve termine rispetto a quella a lungo termine: la prima ti costringe a lievi modulazioni di carico attraverso le sue variabili quantitative (volume – intensità – frequenza), la seconda attraverso le sue variabili quantitative e qualitative.
Programmare secondo progressioni adeguate ti consente di non andare incontro al problema della specializzazione precoce. Anche se vuoi uno sviluppo importante a breve termine puoi ottenerlo senza pregiudicare affatto gli sviluppi futuri. È più logico vedere un atleta emergere nel suo ventennio di età piuttosto che nell’adolescenza.
Progressioni a lungo termine
Pianificare a lungo termine nel rispetto delle progressioni è come costruire una piramide: crea una base molto larga, e poi, piano su piano, più vai verso l’alto e più i gradini si assottigliano. Se tu provassi a fare l’inverso, se i piani più alti fossero anche più larghi di quelli sottostanti sicuramente non sarebbero stabili e finirebbero per degradarsi abbastanza velocemente se non addirittura per crollare (fuoriuscendo troppo da quelli inferiori questa sarebbe la loro fine).
Affinché tu possa programmare secondo il giusto criterio di progressione devi conoscere i principi della metodologia, devi mettere da parte il tuo ego di allenatore da trofeo, devi capire le richieste dello sport di riferimento e quelle sostenibile dal tuo atleta nel momento storico in cui arriva da te.
Ti sottolineo che se vuoi essere davvero un buon coach soprattutto per gli atleti in fase di sviluppo devi godere dei loro successi futuri più che di quelli contemporanei agli anni in cui lo alleni, perché vorrà dire che gli avrai dato basi abbastanza solide su cui ergere una piramide veramente alta.
Il problema che viene fuori quando si lavora con diversi con nello staff di un club ed in cui ogni coach si occupa di una determinata fascia di età è di comunicazione oltre che di condivisione di principi. Spesso ci si imbatte nella specializzazione precoce perché si brama dal risultato e si capisce che è facilmente raggiungibile se violento l’atleta con allenamento a cui non sarebbe ancora pronto. Perché non lo sarebbe? Perché gli atleti in via di sviluppo, hanno nel breve termine una grossa capacità di tollerare i carichi di lavoro quindi potrebbero non darti segni di violenza. Nel lungo termine, se hai bruciato le loro tappe di allenamento, questa violenza verrà fuori con dei plateau seguiti da decrementi di performance o, nei casi più tristi, da infortuni alcuni dei quali anche piuttosto gravi. Il fine di ogni buon allenatore è non ingerire il campo del coach che prenderà l’atleta in futuro. Non precorrere i tempi, ma assecondarli massimizzandoli.


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