Functional Training: Ottimizzazione del Movimento

Partiamo da un assunto. In generale ovunque tu possa indirizzare la tua attenzione nell’ambito dell’attività sportiva non puoi non sentire riecheggiare il termine Functional Training.

Allenarsi in maniera funzionale è ormai diventato un must. Tutti coloro che si affacciano alla attività sportiva orientata al benessere psico-fisico vengono indirizzati dagli specialisti del settore verso il Functional Training, la pratica che rende perfetto il movimento.

In un mondo ideale questa affermazione potrebbe essere vera, ma voglio che tu rimanga ben ancorato alla realtà. Nel mondo reale ha più senso parlare di movimento ottimale più che di movimento perfetto.

Il corpo umano è altamente incline all’adattamento e soprattutto cablato per la sopravvivenza e la conservazione dell’energia.

L’adattamento è contesto-specifico e basato sul comportamento.

Il comportamento è influenzato da fattori fisici e psicosociali.

Chiaro allora?

Il movimento non sarà mai perfetto.

Ottimale non è perfetto. Ottimale è semplicemente più efficiente. E poiché perfetto è irraggiungibile, ottimale è la tua prossima migliore scommessa.

L’ottimizzazione del movimento è una connotazione che meglio si addice all’era del Functional Training, e con buone ragioni.

Ottimizzare significa “sfruttare al meglio l’uso più efficace di una situazione, di un’opportunità o di una risorsa”.

Vuoi essere più performante? Allora migliora il tuo movimento.

Non esiste un “sistema” nell’ottimizzazione del movimento, proprio come non esiste un Functional Training.

…Ops…l’ho detto!!!…Beh ormai l’ho fatto e non mi rimangio ciò che ho affermato.

Esistono solo principi per guidare l’uso di strategie, mezzi e metodi che rendono il tuo approccio più funzionale e il tuo movimento più efficiente.

L’allenamento ti ha dato consapevolezza di quanto inficiato sia il tuo movimento? Vuoi migliorare questa situazione?

Allontanati dal tuo stato attuale, rivisita il precedente tuo stato meno sviluppato e comincia a lavorare su quello. In altre parole regredisci.

Voglio darti ora dei suggerimenti su come devi considerare il lavoro in regressione.

Molti anni fa, durante gli anni di ambulatorio alla Facoltà di Medicina Fisica e Riabilitativa dell’Università di Medicina “Federico II” di Napoli ho cominciato ad avere esperienza con il mondo della terapia fisica.

A quel tempo lavoravo anche in palestra e nel settore del Calcio a 5, quindi avevo a che fare con gli atleti agonisti e la gente comune, e l’unica parola che userei per meglio descrivere ciò che differenzia la gente comune dalla popolazione atletica è: la percezione.

Mi occupo anche di formazione tecnica, e quando veicolo informazioni agli aspiranti coach dico sempre loro di curare in modo meticoloso il modo in cui interagiscono con i clienti.

Questo non solo include l’ovvio, come verbalizzare qualche tipo di avvertimento prima di toccare il sedere di qualcuno, ma anche ottenere qualche idea su cosa li mette a proprio agio, cosa sentono, come lo sentono, così da educarli verso una migliore consapevolezza di se stessi.

In altre parole aspiri ad essere un buon coach?

Allora crea un coinvolgimento diretto del tuo cliente nel percorso che dovrà seguire.

Nel mondo della formazione, le informazioni soggettive sui clienti sono spesso trascurate. Si insegna a fare tutta una serie di test per la valutazione, si cerca di capire di cosa hanno bisogno, si pensa al da fare.

Beh, indovina? Se non raccogli informazioni assolutamente soggettive, la tua valutazione e i tuoi successivi interventi sono contaminati dalle tue percezioni.

Stai essenzialmente imponendo la tua percezione al cliente, ti aspetti che percepisca ciò che percepisci. Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi, questo non accade.

Sì, so che abbiamo strumenti di valutazione obiettivi. Ma non bastano per elaborare una strategia, anche se rappresentano la base da cui devi partire per essere un valido professionista. Conoscere ciò che sente il cliente, coinvolgerlo nel processo significa molto più che valutarlo. Significa anche comprendere il contesto (fisico e psicologico) all’interno del quale si muove. Il movimento non sarà mai comunque perfetto, ma ci sono buone possibilità che il movimento migliori considerevolmente.

So già che cosa ti stai chiedendo, ma come contestualizzare la regressione in tutto ciò?

Bene, la prima vera regressione che puoi attuare è nel modo di pensare. Prova a cambiarlo. “La parte bassa della schiena fa male?”.

Gli strumenti oggettivi che hai a disposizione ti permettono di identificare quello che dal punto di vista anatomo-morfo-funzionale non sta funzionando proprio a dovere.

Ma la domanda vera da porre al cliente è

“In relazione a ciò che quotidianamente fai, cosa puoi identificare che ti ferisce la schiena? “

Non importa davvero quale sia la risposta. Ciò che importa è che la risposta ti fornisce un’idea di ciò che il cliente percepisce come sbagliato. Spetta a te, successivamente, ripulire le percezioni e gli indizi inappropriati. Comprendendo la loro percezione, puoi impostare una  strategia che abbia una migliore efficacia di intervento. Ricorda che il movimento è basato sul comportamento e il comportamento è influenzato da una moltitudine di variabili:

  1. ciò che senti può non essere ciò che ti è stato detto di sentire;
  2. ciò di cui ti preoccupi per esperienze pregresse può non coincidere con quello che ti è stato detto di evitare;
  3. ciò che effettivamente ti provoca dolore può non coincidere con quello che ti è stato detto sia la causa del dolore;
  4. ciò che effettivamente ti fa male può non coincidere con quello che sei convinto ti faccia male.

Il successo del tuo intervento fisico dipende anche dalla qualità della pulizia delle percezioni psico-fisico-sociali.

Se siamo coinvolti in uno specifico sport o disciplina, la variabilità del movimento a volte è intenzionalmente limitata. Cioè, alcune categorie di movimento che non sono specifiche per lo sport / disciplina sono raramente addestrate.

Questa situazione

  • Insegna al corpo che tali categorie non sono più “necessarie” e quindi, il corpo blocca le aree coinvolte nello sforzo limitando il movimento e risparmiando così energia,
  • Di conseguenza, non sono più accessibili e diventano aree di instabilità. Che si tratti di piani di movimento, strategie di bracing, catena cinetica aperta o catena cinetica chiusa, isolato o composto, l’enfasi è sempre su ciò che facciamo costantemente o che dobbiamo fare per soddisfare le esigenze dello sport praticato. Ma ricorda che mentre diventiamo bravi in ​​quello che facciamo costantemente, diventiamo mal adattati a ciò che NON facciamo in modo coerente.

Ciò che è considerato un adattamento vantaggioso per una categoria di movimento porta a un disadattamento in un’altra. Perry Nickelston afferma: “Sono i movimenti che non stai facendo a ostacolare i tuoi progressi”.

Un altro concetto che merita riflessione è quello di “Bracing” soprattutto quando associato al concetto di rigidità o meglio ancora al concetto di “Braced Rigidity” (Rigidità Rinforzata).

La Braced Rigidity ti consente di creare volontariamente rigidità nella colonna vertebrale per proteggerla, pensa a quando fai stacchi e squat. Creare costantemente Braced Rigidity è qualcosa che powerlifters e CrossFitters fanno … e molto. Nel corso del tempo, questa rigidità ripetitiva e rinforzata, se non è controbilanciata, può portare a una rigidità cronica, che, sebbene non possa essere dannosa per le prestazioni di heavy lifting, può risultare un vincolo funzionale eccessivo in una serie di attività quotidiane. Pensa a come chiediamo alla colonna vertebrale di comportarsi quando eseguiamo uno stacco da terra:

Deadlift

In sostanza, limitiamo la segmentazione delle diverse aree della colonna vertebrale e fondamentalmente eliminiamo la rotazione. Se sei un powerlifter competitivo o se anche sei soltanto uno che esegue, giorno dopo giorno, deadlift, squat e tutte le variazioni correttive di questi esercizi, di certo, con una pratica così costante, sarai in grado di padroneggiarli benissimo.

Ma se ti limiti solo a questo, sai cosa potrebbe diventare insidioso per la schiena?

Segmentazione e rotazione sono movimenti naturali e previsti del rachide per tutto ciò che è vita al di fuori di stacchi e di squat. Oltre a questo, ammettiamolo, nessuno REALMENTE fa un “hip hinge movement”, rinforzato e pulito, per raccogliere un sacchetto della spesa, ma nessuno, per questo motivo,  dovrebbe buttar via la schiena raccogliendo un dannato sacchetto della spesa da 5 chili solo perché il movimento non era “perfetto”. Il problema non riguarda tanto la forza quanto l’adattabilità e la capacità di gestire posizioni meno che ideali. “Regredire” qui significa esplorare il movimento che consente alla colonna vertebrale di “superare” i limiti della Braced Rigidity.

Ho ancora altro da dirti. Hai presente i concetti di Bilaterale e Uniplanare?

Di sicuro non ti sorprenderai quando ti dico che non facciamo tutto su entrambi i piedi e solo sul piano sagittale. E credo che sicuramente avrai sentito disquisire su questi concetti un milione di volte. A parte mimare l’andatura e prevenire gli squilibri sinistra / destra e così via, ti sei chiesto mai perché è così importante comprendere a fondo questi concetti. Si tratta di “DISSOCIATION”, cioè dissociazione sinistra da destra, sì, ma anche anteriore da posteriore, superiore da inferiore, articolazione da articolazione adiacente.

Ciò non significa soltanto che abbiamo bisogno di integrare unilateralmente e multiplanarmente, ma significa anche che dobbiamo “regredire” al movimento a singola articolazione…

ebbene si, il “nemico” del Functional Training, il movimento NON multi-articolare.

Ora credo di essermi fatto io molti nemici, ma non importa…importa, invece quanto sto per dirti.

Il movimento a singola articolazione ti aiuta ad imparare e preservare la capacità di dissociarsi. Sì, il corpo funziona come una catena cinetica, ma se i collegamenti della catena non si spostano anche individualmente, la catena diventa rigida, meno versatile.

Quando si perde la capacità di dissociarsi, si crea una connessione a blocchi anziché una connessione a catena.

In allenamento, siamo abituati ad eliminare il fattore limitante. Fondamentalmente, controlliamo tutte le variabili che potrebbero limitare la forza. Ci posizioniamo nel miglior modo possibile per massimizzare l’output di forza. Andiamo cioè alla continua ricerca della “Tecnica perfetta”.

Il corpo ha bisogno di imparare a tollerare posizioni meno che perfette. Ha bisogno di forza adattativa. Ha bisogno di resilienza: addestrare la parte bassa della schiena a gestire il carico in flessione, addestrare le scapole a gestire il carico da una posizione protratta, addestrare le ginocchia a gestire lo stress in valgo, addestrare le anche a creare forza da una posizione di intrarotazione.

Qualunque cosa sia “Perfetto” non è preventivo. “Resiliente” è preventivo.

Meno che perfetto è ancora ottimale.

Proprio come il movimento non è perfetto, non esiste un sistema perfetto che lo renda ottimale. Forse la limitazione più significativa di un sistema rigido (o approccio sistematico) è che tipicamente non può spiegare la percezione.

Le percezioni dei tuoi clienti saranno la variabile che più manda in crisi qualsiasi sistema tu stia adottando per lavorare con loro, quella variabile che può influenzare tutti i tuoi risultati. Una strategia, invece, ha una portata più ampia ed esplora molti percorsi verso il risultato desiderato.

Attento!!! Per adottare la migliore strategia non puoi prescindere dalla conoscenza di tutti i sistemi di allenamento.

Guarda tutti i possibili fattori di influenza. L’ottimizzazione del movimento è una strategia. È una strategia che, applicata intenzionalmente, renderà il corpo più resiliente, rendendolo sia resistente agli infortuni che orientato alla performance.

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