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Andiamo subito al sodo.

Se ti chiedessi cosa è la pratica, sapresti darmi una risposta?

Generalmente col termine pratica intendiamo qualcosa che sia contrapposto alla teoria. Un’attività cui corrispondono le facoltà conferite dall’esercizio o dalla consuetudine nell’ambito concreto del rendimento o del comportamento. Certe cose si imparano e si acquisiscono solo con la pratica.

E questa definizione da dizionario non fa una grinza.

Ora pensa all’esercizio fisico, all’allenamento…

La pratica rappresenta uno strumento importante per acquisire risultati, ma…

Se credi che la pratica dell’esercizio fisico sia l’unico modo, devi necessariamente continuare a leggere.

L’allenamento senza metodo è come un vascello che naviga senza bussola, nessuna capacità di orientamento. Occhio però che navigare senza bussola ci dà anche la possibilità di affinare la nostra osservazione, di guardare ciò che ci circonda in maniera più approfondita, di capire se c’è possibilità di trovare dei punti di riferimento che possano fornirci gli elementi necessari per orientarci.

In sostanza la pratica rappresenta uno strumento fondamentale per acquisire consapevolezza.

…e una volta che ho acquisito consapevolezza?

Ogni scienziato che si rispetti ti direbbe che la consapevolezza è la condizione necessaria per costruire metodi ed elaborare una teoria.

Nel campo delle terapie fasciali spesso puoi sentire:

“I metodi sono un mezzo o un modo sistematico per raggiungere un obiettivo o effettuare un intervento specifico. Ogni metodo funzionerà per qualcuno o per una buona fetta di persone. Tuttavia non esiste un metodo efficace per tutti in modo assoluto”.

Ora poiché non esiste terapia efficace che non sottenda il movimento torniamo all’allenamento.

Tutti gli interventi che applichiamo al sistema essere umano per promuovere un cambiamento sono stressanti. Un intervento, o una specifica “classe” di interventi, può funzionare solo per qualche tempo … e poi inevitabilmente cessa di funzionare.

È la grandezza del sistema essere umano!… e la definiamo ADATTABILITA’. Ma il sistema essere umano è complesso e i sistemi complessi non sono lineari, sono difficili da determinare, sono fortemente variabili.

L’adattabilità è un Giano bifronte. Da un lato, è ciò che consente all’allenamento di funzionare. Ad esempio il principio di sovraccarico si basa sull’adattamento fisiologico. D’altra parte, lavorare solo sul sovraccarico funzionerà solo per qualche tempo, proprio a causa dell’adattamento.

La variabilità è ciò che sfida l’adattabilità in qualsiasi momento, e per come la vediamo in AFI, devi costantemente sfidare l’adattabilità. Il cambiamento è sicuramente qualcosa di positivo. Anche la capacità di cambiare è cosa buona. Ma ciò che fa la differenza è la capacità di gestire il cambiamento in modo efficace.

In quest’ottica “troppo” assume lo stesso significato di “non abbastanza”. Un singolo approccio, intervento o metodo può non funzionare ogni volta e non è detto nemmeno che funzioni per ogni persona.

Allora svegliati…esci dal tuo torpore se vuoi fare veramente la differenza.

Molti trainer passano più tempo a trovare il modo affinché il loro approccio, metodo o intervento sia il migliore piuttosto che concentrarsi su come ogni intervento debba essere “cucito in modo sartoriale” sui propri clienti per garantire loro il ​​massimo livello di assistenza.

Il Sistema AFI, che non abbiamo mai lesinato di fornire attraverso i nostri percorsi di formazione, ti consente di capire come utilizzare l’osservazione per consapevolizzare tutti i metodi che ti forniamo. In questo modo potrai non solo utilizzarli al meglio ma governarli a tal punto da poter scegliere sempre in piena autonomia le strategie migliori per i tuoi clienti.

Imparare a fare la differenza in questo settore significa avere una buona cassetta degli attrezzi e sapere come usare i tuoi strumenti.

Non intendo solo saper discernere tra uno squat e uno split squat, tra un bilanciere e un manubrio, tra una tecnica isometrica e una eccentrica, o tra qualsiasi altra cosa. Intendo soprattutto sapere identificare le barriere di un cliente ed interpretarne il comportamento in modo da poter determinare l’intervento appropriato. Il comportamento è costruito dal cervello e il movimento è basato sul comportamento, ma ci sono vincoli biomeccanici all’interno dei quali lavoriamo che non possono essere ignorati. È vero… l’input sensoriale influenza il movimento, ma anche i vincoli dei tessuti.

Se vuoi saperne di più, se ami il tuo lavoro e come noi hai scelto di farne una mission in modo da essere d’aiuto agli altri, costruisci basi concrete per essere un trainer con i fiocchi partendo dalle Fondamenta dell’Allenamento:

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